jeudi 1 novembre 2012

Binari, di stanze






Ci sono dei momenti in cui un treno se ne va sulla linea biforcuta dei binari e su quel treno ci sono io che me ne vado insieme a lui. Perché io non riesco a stare più di qualche giorno nella stessa città, a differenza certi abitanti univoci che lasciano le loro macchine in certi parcheggi e vanno sempre in certi ristoranti e ai soliti lavori. Io ho bisogno di andare. Ciao mamma, ciao città. Vado.
Nel mondo ci sono altri paesi, alcuni al sicuro in mezzo ai campi fermi, altri in riva agli oceani e così spazzati dal vento che lì si trovano tutte le cose che ci sono state portate via. Via, appunto.
Ogni tanto sbarco in alcune di queste città, cercando di liberarmi di quell’aria da viaggiatore imbarazzato, a disagio nella meraviglia, con gli scontrini appallottolati in tasca e il pranzo al sacco figurato, il vento appiccicato ai capelli.
Di notte m’infilo nel mio letto nuovo, dopo esserci stato seduto sopra per un bel pezzo. Le federe sanno sempre di albergo, di novità e di lontananza. Poi ascolto i rumori che vengono da fuori, tra cui può esserci anche il silenzio e m’immagino la mia camera a casa, nella mia città, tutta sola, lontanissima da me lungo le strade, i binari e le rotte, separata dai fiumi, dai mari o da file di montagne.
A volte mi sembra impossibile possano esistere luoghi così tanto distanti, in cui io non possa essere contemporaneamente. E non sapendo dove mi addormento, non ricordo dove mi sveglio: potrebbe essere Malta o Colonia, Londra o Lisbona, Torino o Bologna. E’ come se i luoghi fossero un plico disordinato di appunti tenuti insieme da quattro pareti conficcate a mo’ di spillone: le città sono quasi potenzialmente infinite, mentre le stanze sono sempre le stesse.

jeudi 13 septembre 2012

La cas(s)etta del giardiniere


Va revoir les roses. Tu comprendras que la tienne est unique au monde. 
Tu reviendras me dire adieu, et je te ferai cadeau d'un secret.

Le Petit Prince / Saint Exupéry




Nutro una particolare avversione verso i Mr. Gradgrind in genere, ma questa volta il modo di spiegare un nome diventa così semplice, spontaneo - naturale, è il caso di dire - che merita di essere riportato. 
«Che cos'è un giardino? Un recinto con al centro un fiore.» 
Questo l'archetipo, questa l'iconografia. 
Un giardino è una collezione di piante, una raccolta di oggetti viventi - oltre che vivi. Si colleziona per avere qualcosa che è lontano - raro, difficilmente raggiungibile - per poterlo avere vicino, a portata di sguardo e di mano. C'è qualcosa di voyeuristico nel raccogliere, catalogare, accumulare cose, siano esse piante, opere d'arte o chincaglierie - a maggior ragione se l'oggetto in questione è un fiore. Il primo museo naturale, istituito dal bolognese Ulisse Aldovrandi, non a caso fu chiamato "teatro naturale".
Scienziati, botanici, astronomi, topografi e geografi in qualità di plant hunters, partivano per spedizioni che potevano durare anni - o tutta la vita, in caso di febbri e malarie - in cerca di nuove specie, anche fungendo da mera copertura ad azioni coloniali. Nel Seicento la febbre dei fiori, la tulipomania, è stata la prima bolla speculativa documentata nella storia del capitalismo. La domanda di bulbi raggiunse un picco così elevato che ogni singolo pezzo raggiunse prezzi inimmaginabili. Il bulbo più famoso - perché di bulbi si trattava (non ancora di fiori) e quindi di investimenti ad alto rischio - (il Semper Augustus), fu venduto per 6000 fiorini: più de "La ronda di notte" di Rembrandt. All'epoca corrispondenti a una grande quantità di animali da stalla, otri d'olio, botti di vino e birra e svariate tonnellate di grano - tutto per un fiore, «my kingdom for a [flower]!»
La Passiflora - o Flos Passionis - era usata dai padri colonizzatori per indottrinare le popolazioni indigene: un utilissimo modello allegorico della passione di Cristo. I cinque petali e i cinque sepali rappresentano gli apostoli (eccetto Pietro e Giuda), i filamenti la corona di spine, i cinque stami le ferite e i tre stigmi i chiodi nella croce. A questa pianta piacciono i numeri dispari, il tre e il cinque. In Giappone, ironia della sorte, è invece stata assunta come simbolo dei giovani omosessuali. 
Questi fiori della lontananza - di cui non esistono specie europee o africane, che vanno dal bianco al violetto attraversando tutte le sfumature dell'iride, ma rifuggendo dostoevskijanamente il giallo - ci si mostrano come un variabile tirassegno concentrico, ipnotico per gli impollinatori. Maurizio Vecchia li cerca, ricerca, raccoglie e protegge nel suo giardino da quasi vent'anni, da quando lesse il libro "I frutti tropicali in italia", scritto da Guglielmo Betto - profusore di semi preziosi. Non venderebbe mai i suoi ibridi (tra cui la Fata Confetto) e la sua bellissima favola contemporanea non può che ricordarcene un'altra:




The fault will be in music



Quando penso alle lavagne mi viene in mente quella drammaticamente statica del liceo, i gessi che cadevano di mano alla professoressa di matematica e quelli che consumava - fino a graffiare con le unghie l'ardesia – quella di lettere. Poi c’era stata la lavagna del gabinetto di fisica (sì, si chiamava proprio così, né più né meno: littoriamente), il secchio che la Lehrerin di tedesco usava per bagnare la spugna-cancellino e in fine la lavagna di solfeggio, coi righi sopra (5x4=20).
E’ una cosa, l'armonia, che chiunque sia un minimo sveglio imparerebbe in venti minuti, aveva detto una volta Varèse a Cage, o Cage a Varèse, poco importa, non vi spaventate, in questo tipo di operazione variando l'ordine degli addendi il risultato non cambia.
Mi rivedo a fissare - il mento sui pugni - quella lavagna (poi l'orologio, il muro, il pianoforte, la porta – la porta!) e i contorni di quei bozzetti che si riempivano fino a diventare – il più delle volte - palline bitorzolute. Stratificazioni di segni, saperi invisibili e sedimentati - come la roccia che li ospita - e il cancellare, per una volta più importante dello scrivere.
E il mio insegnante cancellava, cancellava: non gli piacevano mai quei cerchietti bitorzoluti che uscivano dai suoi gessi bianchi. Aveva gomme schierate su tutte le matite, indizio sufficiente a farmi sospettare di essere un seguace di Schönberg (un altro famoso cancellatore). E in tutto questo, ogni tanto avvertivo qualcosa di sbagliato, di stridente, di anacronistico e quasi inutile.
Perché non provare allora a mettersi in bocca quei suoni senza leggerli, ma pronunciandoli seguendo un discorso coerente - non in tema di struttura, ma di linguaggio? Rispondere a nota con nota, a ritmo, incalzando quel respiro necessario nella musica quanto nella vita? Improvvisare: reagire e dare uno stimolo, un impulso, fino ad arrivare alla sintassi jazzistica (per lo meno di un certo tipo di jazz – di quel jazz "superato", standard, normale, quello di tutti quanti che lo vogliono fare) - non meno di quella "classica" (o se proprio vogliamo "colta") - che segue l'andatura binaria degli scacchi. Come scrisse Cage (a proposito di Jasper Johns): “Ci sono diversi modi per procedere in una partita. Uno è ritirare una mossa quando diventa evidente che fosse sbagliata. L'altro è accettarne le conseguenze, per quanto devastanti.” E questo è valido per le parole, le note, l'armonia, le battaglie e tutti i massimi sistemi, la morte, le piccole americane, le corse d’auto, i concerti per clarinetto, la polizia, le pin-up, i romanzieri, Humphrey Bogart, Picasso, i fotografi italiani, gli anarchici, i magnetofoni, le avventure, l’amore, i Campi Elisi, la paura - e dio creò - la vita, fino all’ultimo respiro.



vendredi 17 août 2012

阴 阳













Ci sono tutte queste giovani scrittrici che si chiamano Giulia N., Melissa P. Caterina Q. – e la vita lo sai - Margherita F. – chissà, che fine ha fatto quella padovana? Poi c’è il mio naso che si spella e un po’ di libri sparsi attorno.

Già dopo aver letto queste tre righe si capisce che sono state scritte da una femmina. I maschi quando scrivono ci mettono subito dentro della michia o della figa - o entrambi - e ne estrapolano una morale, una teoria o un “è così che vanno le cose”. 
E poi si sforzano di fare i bruti, gli scabri, tutti vittime della sindrome di Bukowski, o di Miller – a seconda dei casi. Guardano tutte le cose con il loro lato sinistro del cervello, pretendendo che quello sia l’unico modo e il modo giusto - e le donne iniziano a bere. 
Mi viene in mente qualcosa che avevano detto a Simenon a proposito della letteratura: continuum di osservazioni e piccoli frammenti di trama.

A un mio amico hanno rubato la macchina, a Catania, mentre era andato a trovare quella che lui credeva essere la sua fidanzata - che l’ha lasciato. Ho deciso quindi di fargli risparmiare i soldi della spedizione di un libro che gli avevo prestato e lasciargli Tokyo Blues, inferendogli - forse - in tal modo una punizione ben peggiore. Sacrificare.
Lo volevo indietro perché avevo sottolineato una frase - che aveva a che fare con il vento e la corsa, come un'altra di Rilke - e mi sembrava impudico lasciare vagare quella pagina in giro con quel segno sopra, fatto da me. Poi mi serviva da esempio per scrivere un bestseller di successo e non avevo voglia di investirci il doppio ricomprandolo ed era un regalo di mia madre. Ad ogni modo, provate a coniugare "inferire" (almeno una volta).

L’elefante appena nato a Berlino assomiglia ad Harnoncurt.

jeudi 24 mai 2012

Lacune. Se la musica contemporanea è rumore, che cos'è l'architettura?

inacasa


Sembra che la gente - le persone, le masse (perché in fondo è pur di questo che sono composte: persone) - non riesca ad abituarsi al salto culturale che gli artisti, i maestri, icultori le abbiano voluto imporre. Come una fibra elastica e lassa al tempo stesso le grammatiche artistiche si sono allungate, torcendosi in avanti, allontanandosi sempre di più,lasciando indietro il genere umano, che guardandosi intorno senza trovare un riferimento– improvvisamente abbandonato – è regredito, si è voltato verso l’unica cosa che vedeva, riconosceva (il passato) e i suoi gusti si sono perciò involuti.
Per questo è ancora così facile truffaresull’urbanistica e sulla pianificazione – per fare i due esempi più evidenti. Le nostre città, probabilmente - per fare una relazione azzardata - non sono qualitativamente “migliori” delle città dell’Impero Romano, o di quelle ideali del Rinascimento. La gente – questo nome collettivo che forse nemmeno esiste - non sa cosa vuole e spesso ha smesso di volerlo. L’uomo comune non riesce più a seguire e a comprendere il proprio tempo, perché la conoscenza si è iper-specializzata, è verticale nello Spazio invece che nel Tempo. Sì è giunti ad un grado di complessità e relativismo, meccanicismo e aleatorietà troppo elevato perché il singolo - né tanto meno la massa - possa comprenderlo, analizzarlo e di conseguenza emettere un “giudizio”, assumere un punto di vista che si distacchi da quel sensus communis che ci muove fin dalla nascita, ammettere una responsabilità. L’individuo occupa il suo posto nel sistema e si limita ad assolvere un ruolo prestabilito (dal suo stato sociale, dalle sue decisioni, da quelle altrui, non importa - ora), ma non in una prospettiva ideologico-totalitaria, bensì osservato da un punto di vista utilitaristico-egoistico. Svolgo il compito che devo portare a termine, ma appena se ne presenta l’occasione favorisco il mio bene, non quello dell’apparato che sto servendo: mi servo dell’apparato. Perché l’apparato mi sfrutta.Il sistema prolifera e sembra vivere di vita propria, e l’uomo ne è diventato nient’altro che un parassita, nemmeno un ingranaggio. L’uomo dipende dal sistema appena inizia a sfruttarlo per i suoi fini. 

frankfurter cuche
Questo processo sembra essersi manifestato tanto in campo musicale quanto architettonico-urbanistico. Le utopie moderniste - se di utopie vogliamo parlare - o per meglio dire, le avanguardie – un po’ antiquate e ingenuamente illuminate, ma a tutt’oggi solide e oneste nei loro fondamenti (e sto pensando più a Mies van der Rohe che a Le Corbusier) - proclamavano una “rivoluzione” architettonica, un rinnovamento radicale del modo di pensare e di fare architettura direttamente derivato da un modo nuovo di vivere e di fruire lo spazio. Stando a quanto è possibile vedere oggi, però, poco di fondamentale è cambiato. O meglio, sembra che l’architettura tanto auspicata dai promotori del “tecnicismo” – quella serie di modernisti (di “epigoni”, se vogliamo) che partendo dalle mosse dei maestri ha promosso una rivoluzione tecnologica - si sia sì avverata, ma su un piano prettamente economico - invece che socio-antropologico - o in maniera troppo involuta perché possa giustificare un gap temporale di quasi un secolo. E’ cambiato, forse, in alcune zone del globo più “favorevoli”, il modo di costruire le case, ma non credo sia intimamente cambiato il nostro modo di viverle. E con questo mi riferisco al modo di percepirle. Sono cambiate le modalità, non l’essenza. Non alleviamo più polli nel cortile dietro casa, li compriamo al supermercato – e qui si creerebbe un enorme e altro spin-off. Purtuttavia l’entrata in scena di un’inedita complessità logistico-economico-tecnico-produttiva non ha fatto sì che l’uomo si evolvesse, si consapevolizzasse (e non necessariamente dal punto di vista politico - sto ancora parlando di una sfera privata, di fruizione, quasi primitiva, di adattamento e sopravvivenza – da un punto di vista del senso comune Wittgensteiniano) ma che l’uomo si involvesse, perdendo addirittura quella sensibilità implicita che ricavava dal fare le cose.

L’umanità dei grandi numeri – e con questo non intendo necessariamente quella “occidentale” o “occidentalizzata”, ma quella che occupa un generico ceto medio: l’umanità che vive all’interno del mondo “evoluto” o “in via di evoluzione” - non è veramente pronta a vivere in uno spazio diverso, o meglio, non lo sente come necessario. In altre parole: si potrebbe adattare comunque a qualsiasi tipo di spazio. E per spingerci oltre: non solo non avverte come necessaria una rivoluzione del diagramma del vivere, ma spesso non percepisce nemmeno il disagio di un servizio mal progettato. Ancora meglio, vi si adatta. Lo subisce - senza intelligerlo.

A volte mi chiedo se non siamo immersi in un nuovo medioevo tecnicista. Le volontà sono anestetizzate dal cibo e dal divertimento - o da quello che si presume tale, crediamo tutti di avere il diritto di essere felici e ci nutriamo dell’infelicità degli altri o di noi stessi, perversamente. Quale rimane quindi il compito dell’architettura? Occuparsi soprattutto di chi è ancora in una condizione di vita preoccupantemente disagiata? Ma allora si pongono problemi urbanistici molto diversi da questi ed è forse qui che si può finalmente oltrepassare il confine, proprio in questi mondi apparentemente tanto legati alla tradizione, all’origina(r/l)ietà: dimenticare l’Europa.

samedi 7 janvier 2012

Nell'era delle improvvisazioni el(l)ettroniche e delle cinture che non stringono niente, ma sottolineano qualcosa.


Cerco pretesti per scrivere - a volte, la notte senza riuscire ad addormentarmi, oppure li raccolgo al pomeriggio. Amuleti preziosi come pulci nell’orecchio, spifferi di vento raccolti nelle orecchie camminando lungo la Senna, schizzi di vedute aeree o dettagli. Fotografie che volano via sbiadendosi, insieme alle foglie dei platani. Mi chiedo ancora cosa ci facesse quel biglietto lilla (del metrò) abbandonato lungo il Tevere, ma questa è un’altra storia. Detto questo...


Prima nota: della Normalità dell'essere umano.
Gli esseri umani non sono strani: sono esseri umani… e spesso sono prevedibili quanto le loro sceneggiature. Non sono strani nemmeno quando pensano di aver raggiunto una piccolissima (non infinitesimale) verità e la sbandierano ai quattro venti, empiendosi i polmoni di retorica e frasi fatte, rischiando di soffocarsi con una delle tante etichette con cui cercano di classificare la strana (questa - forse - sì) realtà che li circonda.La vita – intanto - per alcuni di loro non è affatto breve; la vita è un lungo, lunghissimo corso - una maledizione: un’infinita sequela di avvenimenti subiti, dei quali, lo stare seduti di fronte ad una persona alla quale non si ha nulla da dire è la minore disgrazia - anzi, è vista come un placido momento di distensione.
Gli esseri umani non sono strani, gli esseri umani cercano sempre di giudicare gli altri esseri umani dal loro punto di vista - che nel nostro caso si trova ad un altro tavolo dello stesso ristorante, seduto dietro ad un piatto fumante, con a fianco un libro aperto (che non sta leggendo) - è questo uno dei loro grandi errori.


Seconda nota: la Comunicazione.
Ecco, la comunicazione è un nome astratto estremamente sopravvalutato.Per prima cosa perché la comunicazione si nutre di - ed è composta in massima parte dal - Fraintendimento. E arrivando al parossismo, il modo migliore di comunicare è stando in silenzio ad un tavolo, dietro un menù.
Poi, "comunicazione". Chissà cosa intenderà il nostro Punto di Vista all’altro capo della stanza, sotto l’appendiabiti.
Nella civiltà dei segni ogni atto (nemmeno ogni gesto) è comunicazione, ogni scelta e ogni non-scelta lo sono, comunicano qualcosa di noi, su di noi e per noi.
Quindi, perché caricare soltanto la povera lingua parlata di codesto ingombrante fardello. Sarebbe tanto meglio - a volte - comunicare in silenzio, in scritture che prescindessero dalla fonetica.
Magari, il signore che accusa la coppietta al tavolo, non si è accorto che le sue singolarissime componenti si stanno “parlando”! Semplicemente non conosce il loro e i loro silenzi: non può discernere, non sa che dietro al loro punto di vista e davanti al loro menù ci sono almeno altre due storie, che si biforcheranno come un albero in una chioma di aneddoti-foglia, che una volta secchi cadranno, verranno calpestati, dimenticati e riascoltati sotto i loro “cric-crac”. Rospi.
Chi gli dice che si stanno facendo piedino sotto il tavolo, nascosti dalla tovaglia di nappa che cade ai bordi del tavolo creando una pubblica intimità?
Soffermiamoci dunque sul nostro solo, povero, tapino Punto di Vista.
E’ nervoso - più infastidito che triste - sente il bisogno di comunicare. Forse non ha nessun contenuto da spartire, ma vuole esprimere (spremere) qualcosa: ma non può, non c’è nessuno al suo tavolo. Nessuno che lo ascolti a cui dimostrar-si, a qui provare di essere. Tra parentesi: non si può comunicare con tutti, e non si deve, a volte. Chiusa parentesi.


Terza nota: la Solitudine.

Ha almeno due significati. Sentirsi ed essere. Essere e stare. Due e mezzo.

La solitudine non è una lebbra, la solitudine sì può cercare, si può desiderare, volere, può essere l’Obiettivo. L’arte dello schivare – decontestualizzato: die Kunst der Fugue – l’arte dello sparire, dell’evitare, lathe biosas: meglio soli che male accompagnati, lo dice il greco, lo dice il poeta, lo dice il proverbio. E caro il nostro Punto di Vista, non ci vedo nulla di veramente triste nel poter leggere un libro davanti (o dietro – dipende sempre da che punto di vista si considerano le cose) una birra media (in Germania poi non esistono, kleines oder großes - dove sei?). Peccato tu lo legga distrattamente: lo rovini, ti rovini.
E’ proprio vero, si può dire tutto e il contrario di tutto, e capire ancora meno; “basta avere la voglia, il desiderio e la carta necessari” - ancora una volta.
Improvvisamente al nostro Punto viene in mente l’Amore (chissà che libro sta leggendo e chissà cos’ha ordinato). Pensa che noi (comuni mortali o strani esseri umani?) non sappiamo che cosa sia, perché lui l’ha conosciuto - il vero amore, quello unico, irripetibile - quindi noi come potremmo anche solo immaginarcelo? Ha ragione. Un Punto! Una pacca sulla spalla - coraggio - gli esseri umani non sono strani! E tu ne sei la dimostrazione!
Trova interessanti le sue considerazioni dettate dal senso comune e mirabolanti le sue teorie – per questo vorrebbe tanto comunicarle a qualcuno immagino, per sorprenderlo - possibilmente un qualcuno-femmina. Perché stando alle sue elucubrazioni, supponiamo che sia appena stato “fortuitamente” – come dice lui - lasciato. 
Scambia l’ubriachezza per lucidità. La non-contraddizione per giustezza.
E’ perduto, si appella prima alla razionalità, poi al buon senso (il caro vecchio) e tra poco, se rimaniamo qui a guardare da dietro il nostro ficus benjamin inizierà a invocare “facts, facts, facts” e ci darà la perfetta definizione di un cavallo, magari letta sul menù. 
Ma siamo ancora al ristorante?
Lo "scienziato sociale" che fa capolino dentro di lui ci invita a non spostare mai l’analisi su noi stessi: come pegno, la vita – peggio, la personalità - questo spauracchio della società post-psicanalitica! Ha paura di un vis à vis addirittura col suo specchio.


Gli esseri umani non sono strani: nel frattempo, si è appassionato di fotografia!


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